FABIENNE VERDIER

FABIENNE VERDIER

Giugno 15, 2020 0 Di Ginevra

Fabienne Verdier è un’artista che ha subito catturato la mia attenzione grazie ai suoi meravigliosi quadri dipinti utilizzando grandissimi pennelli che ricordano un pò quelli giapponesi o cinesi. Incuriosita, ho approfondito e scoperto che ha scritto un libro, “Passeggera del silenzio”, sul suo periodo passato in Cina, agli inizi degli anni 80, per studiare l’arte della calligrafia, una delle più antiche, proibita dal governo e considerata una forma di meditazione/terapia, un modo per entrare in contatto con la natura e ammirarla. Ovviamente l’ho subito ordinato. Tornando a Fabienne, tra l’altro ha un nome bellissimo, dopo dieci anni passati a studiare in Cina con il pittore Huang Yuan, ritorna in Francia ricca di un nuovo bagaglio culturale e si mette a dipingere, diventando pian piano conosciuta e apprezzata a livello internazionale.

Oggi le sue opere si possono trovare nelle collezioni permanenti di importanti musei.

Nel 2014 ha fatto una residenza alla Juillard School di New York dove sperimenta l’unione tra pittura e musica, lavorando a stretto contatto con alcuni dei più importanti membri tra cui Darrett Adkins, Philip Lasser, William Christie and Edith Wiens. Nel 2016 è uscito un documentario che racconta tale esperienza.

Ecco un piccolo estratto di un’interessante intervista che ho trovato in cui racconta come nasce il suo processo creativo e la filosofia che c’è dietro. Tutto parte dalla sua esperienza in Cina, dove il suo maestro le ha insegnato l’importanza di dipingere in verticale ripartendo da zero e mettendo da parte la cultura occidentale.

Mi è piaciuta molto la parte dove racconta che le pennellate sono in armonia con la natura perché unite dalla stessa sorgente, la gravità. Dipingere per lei è condividere la spontaneità di un evento improvviso, una linea d’energia di colore che, grazie alla sua verticalità, può andare ovunque, senza inizio e senza fine, e puoi giocarci. Attraverso la pittura vuole aiutarci a sentirci riconnessi con l’energia del mondo

AMc: At first you were singled out and given special treatment as a foreigner, but you fought against this and, finally, so as to escape the predominant Russian school of socialist realism, managed to persuade the old master Huang Yuan to take you on as his student. With him, you travelled to remote places and learned not just calligraphy and art, but also philosophy and poetry. How long were you there for overall, and what was life like?

FV: It was not easy for me there as a female. I thought at the beginning I would just do the foundation training for one year, but I ended up staying 10 years. It was really very difficult because, in France, I had been one of the best students in my school, but when I arrived in China, they laughed at me. They said: “Well, the people said that you are one of the best students, so we will see.”

The masters gave me a piece of white paper and a brush, and said: “OK, we will see what your level is as a painter.” They told me to paint, there and then, my spiritual view of tree branches. I looked at them and said that if they wanted me to do that, I would need to use my sketchbook and do something traditional, thinking about the composition. They laughed at me and said: “OK, we rebegin. You will have to forget all your culture and you will rebegin.”

So the first step was like being a child: I forced myself to think in another way, to learn the Chinese dialect and to be totally different and to look at reality in a totally different way. It was very difficult because there is such a huge difference between east and west. It took a long time. Then, of course, when I came back to France it was difficult for me because I had a completely new view of the world. I was totally changed from our culture and I no longer saw our great masters in the same way. I rediscovered great masters such as Rembrandt and Turner, men who used paint in a spontaneous way. Even in a small watercolour, the brush marks were such sudden events and an immediate perception of life.

AMc: What were some of the key lessons you learned while in China?

FV: The most important thing I learned was the act of painting vertically. I left behind the act of painting with an easel in the traditional way. It is so important because, in the vertical act of painting, you have a reserve in the brush, in the tails of the brush. I came to understand that all the forms found on Earth and in the universe are shaped by the laws of gravity. So, in the act of painting, I have devoted my life to that idea.

The brushes I used in China were small, but I understood that if I created a much bigger, giant brush, I could play with that idea of gravity. When I paint with a big brush like that now, the brushstrokes are in harmony with nature because they share the same source: gravity. Since I returned from China in 1992, I have developed the idea of a suspended brush. I have had incessant revelations and I have invented different tools to combine the two cultures and to invent a new kind of spontaneous abstract painting.

Oltre l’idea che c’è dietro alla decisione di utilizzare pennelli di grandi dimensioni, l’altra cosa che mi affascina è che sia riuscita a crearsi un laboratorio mobile che può allestire ovunque vada. Tale atelier ambulante è composto da una tavola base che accoglie il supporto maneggiato, tramite l’ausilio di un manubrio, dall’artista che guida una trave orizzontale a cui è appeso un pennello enorme fatto di crine di cavallo e può contenere circa 60 lt di materia pittorica. Grazie a ciò ha potuto approfondire i suoi studi su Cezanne, sulla montagna Sainte-Victoire, da cui è emerso un percorso espositivo, “Sur les terres de Cézanne”, suddiviso in tre sedi: museo Granet, museo del Pavillon de Vendôme e la Cité du Livre.

Avrei voluto vedere tale mostra nell’estate 2019 perché raccontava la complessità del percorso lavorativo di Fabienne che spazia dalle prime calligrafie di stampo orientale, all’influenza occidentale (primitivi fiamminghi o espressionismo astratto), comprendendo la scomposizione del segno, l’intensità del colore che mi ricorda a tratti Rothko e la forza del gesto/azione pitturale che sottolinea l’atto fisico di per sé, richiamando il movimento dell’action painting dove il pittore si esprime attraverso la violenza dei colori, la libertà dei segni e la vastità delle superfici. L’unica differenza è che in lei percepisco un segno non casuale ma anzi dettato dalle movenze ritmiche e coreografiche del corpo, come se danzasse armonicamente con i pennelli, sprigionando un’energia quasi ancestrale, a tratti primitiva, attraverso essi.

Questo video racconta un po’ la sua vita e il suo modo di dipingere.